Dispaccio Reading Wildlife #6 - Violetta Bellocchio: la bionda che è entrata nella macchina del tempo
Intervista a Violetta Bellocchio sul suo secondo esordio e sul suo penultimo libro
Vi ricordate quel periodo, poco meno di dieci anni fa, in cui il panorama editoriale veniva punteggiato di (post)apocalissi-distopiche? Io me lo ricordo bene, perché è coinciso con il mio ritorno alla letteratura di genere dopo anni di realismo. Tra isole senza adulti, capitali tedesche senza adulti, donne senza diritti e ragazze elettriche, anche in Italia si iniziava a respirare quell’aria di plausibile, di speculativo, di storia ai confini della realtà. In questa atmosfera, nel 2018, la collana Altrove di Chiarelettere (curata da Michele Vaccari) ospitava La festa nera di Violetta Bellocchio, la storia di tre documentaristi in viaggio attraverso un’Italia altra per testimoniare i molti modi in cui una società si disgrega e si coagula di nuovo attorno a ciò che resta.
Nel 2018 Reading Wildlife non esisteva, e quando Reading Wildlife è nato Violetta Bellocchio era Barbara Genova e nessuno sapeva che Barbara fosse stata Violetta, e che Violetta fosse diventata Barbara.
I modi e i motivi per cui una persona pubblica decide di sparire quasi del tutto li trovate in Electra, il libro (un po’ memoir, un po’ creative nonfiction, un po’ analisi geopolitica e un po’ critica cinematografica grazie al quale ho scoperto il grado di separazione tra Dario Argento e Veronica Lario) che ha segnato il ritorno di Violetta Bellocchio e che ci ha dato occasione di concordare questa intervista in cui parliamo del fascino dell’horror, di nuove e vecchie fini del mondo e di quello che serve per essere felici (scrivere. Un sacco).
Nel corso della tua seconda carriera come Barbara Genova hai esordito una seconda volta, da completa sconosciuta, su riviste statunitensi. Quali sono le differenze che hai percepito tra l'ambiente culturale indie americano e quello italiano?
In realtà sono due mondi un pochino più vicini di quanto possa sembrare. L’indie è bellissimo finché comincia a essere soffocante. L’indie è bellissimo fino a quando dentro una scena indie si muovono persone vitali che vogliono combinare qualcosa – farsi nuovi amici, organizzare, fare rete, diventare un po’ più bravi, offrire agli altri la possibilità di esporre o essere letti – poi può capitare anche lì che la stessa scena indie tanto viva e tanto stimolante quasi di colpo diventi una palude di depressi che si piangono addosso e rimuginano (“sono bravo, allora perché non ottengo di più? Ah, tanto fa tutto schifo”). Mi rendo conto che purtroppo questa è una dinamica universale: appena una stanza sociale diventa il ritrovo dei depressi che si piangono addosso, è il momento di andarsene.
Sono stata più fortunata della media perché tra il 2020 e il ‘22 c’era effettivamente moltissima nuova linfa e nuova energia proprio nella scena indie in lingua inglese. Sono stati anni in cui nasceva una valanga di nuove riviste (e anche nuove case editrici), in parte come reazione vitale ai lockdown, anche perché il desiderio di mettersi o rimettersi in gioco era davvero tanto presente lì e allora. Poi alcuni hanno avuto ottime occasioni per darci dentro, mentre altri si sono abbattuti da soli o non hanno avuto abbastanza fortuna, se vuoi. (Per dire: ci sono riviste che sono ancora in piedi e vanno molto bene, mentre altre sono implose sotto il peso di conflitti interni, oppure hanno chiuso quando i fondatori non ce la facevano più.)
In particolare alcune delle tue poesie pubblicate su The Daily Drunk e Strange Horizons sono visitate da demoni e donne che saltano dentro e fuori dal tempo e dai ricordi, apocalissi e mostri affamati. Tu sei un autore conosciuto prevalentemente per la produzione di nonfiction autobiografica, ma hai anche una carriera pregressa nella critica cinematografica con una predilezione per l'horror e in Electra stesso descrivi la tua reclusione al secondo piano della casa di famiglia richiamando la gotica mad woman in the attic.
Come si sposano questi elementi di genere con la tua carriera e la tua vita?
Ho avuto una lunga fase di scrittura critica durata molti anni (cominciata se vuoi troppo presto, ero una ragazzina, ma meno male che c’è stata: un po’ perché a diciannove/vent’anni non avevo niente da raccontare, un po’ perché collaborando al giornale di turno non ho mai vissuto la pubblicazione di un libro o un racconto come il grande traguardo) e in parte messa in standby quando avevo qualche libro mio da accompagnare (ai tempi personalmente consideravo poco limpido scrivere critica e scrivere libri in contemporanea, adesso ho capito come si può provare a fare entrambe in maniera sincera). Vedi, lo stesso, io nasco forgiata dalla lettura di romanzi di genere uno dietro l’altro e poi dalla visione di migliaia di film di genere in tutte le sue varianti. Uno dei miei ricordi di maggiore intensità dell’adolescenza sono stati gli Stephen King che compravo per pochi soldi (come Rage, che poi purtroppo ho regalato e ho dovuto sudare parecchio per recuperare da adulta) e i King che andavo a leggere di nascosto in biblioteca, e i paperback horror degli scrittori meno famosi che trovavo abbandonati sulle mensole degli alberghi e dei ristoranti nelle cittadine turistiche, all’epoca più battute dagli americani di passaggio. Uno dei miei ricordi pietrificanti dell’infanzia era il passaggio obbligato davanti a certi manifesti di film che mi terrorizzavano. Leggere mi ha permesso di entrare nello stesso mondo che mi terrorizzava se lo vedevo condensato in un’immagine ferma.
Chiedigli se pensano di andare in paradiso, o se cercano di costruirlo qui e ora.
Amo profondamente l’horror perché è di fatto la mia cultura originale e perché non mi ha mai guardato dall’alto in basso. La narrativa e il cinema e anche il fumetto di questo taglio non dice mai a un lettore/spettatore “tu non mi piaci, non sei abbastanza bello, non voglio i tuoi soldi e il tuo tempo”, perché non se lo può permettere. Di conseguenza, anche un horror industriale di fascia bassa prodotto con lo stampino e affollato da personaggi insopportabili deve comunque darci qualcosa. Deve spaventarci, deve tenerci sulla corda, deve farci ridere. Possono anche essere storie prevedibili (infatti appena arriva un prodotto confezionato professionalmente che gioca sul meccanismo della ripetizione, come In a Violent Nature, siamo tutti eccitatissimi, l’hai notato?), ma al cuore sono tutte storie che stringono un patto di fedeltà con il pubblico: sono qui per provocarti una reazione. Se l’horror non provoca una reazione – se non eccita, se non spaventa, se non tiene sulla corda – vuol dire che l’horror non è genuino e ti sta prendendo in giro. Poi, io sono convinta di averlo abbracciato presto – da lettore e da spettatore – perché era il mio modo di mettere un passo dietro l’altro e andare nel mondo per i fatti miei senza dover chiedere il permesso a nessuno. Come credo di essermi emancipata da tanti contesti diversi (umani e professionali), anche a carissimo prezzo, perché intuivo o capivo che lì dentro erano tutti terrorizzati all’idea di vivere pienamente. In questo senso Electra è un libro che traccia una mappa anche della paura di vivere che ho notato troppo spesso negli altri. La mia carriera è la mia vita, e viceversa. Ho solo il rimpianto di aver perso tempo cercando di interpretare il personaggio della donna scrittrice in base a una visione puramente teorica della professione, e a una buona dose di proiezioni altrui, ma alla fine anche quello è stato un capitombolo horror, e grazie a Dio sono sopravvissuta abbastanza a lungo da vedere l’alba di un nuovo giorno.
Il tuo ultimo romanzo prima di ritirarti dalla vita pubblica come Violetta è stato proprio l'italoapocalittico La festa nera, che si apre annunciando "sei mesi fa c'è stata la fine del mondo" e continua con "quando è stata l'ultima volta che chiunque ha avuto anche la minima fiducia nella possibilità di un futuro? … A occhio e croce nel 2015?".
Credi che nel frattempo quella fine del mondo sia arrivata?
Più volte mentre stavo scrivendo La festa nera ho pensato “benissimo, se lascio la professione con questo libro almeno chiudo su una nota alta e scrivo qualcosa che mi piace”. Non avevo messo in conto di lasciare la scena, e poi l’ho fatto. Ci sono state molte ragioni dietro la mia uscita di scena – Electra le racconta tutte – però sono molto sorpresa, tornando in quello che resta del mondo, nel vedere che in effetti tante persone curiose abbiano letto quel romanzo. E avevo tra l’altro rimosso quanto a fuoco fossero quei capitoli del romanzo in particolare. (Succede, non rivisito mai quello che ho pubblicato.) Se la fine è diventata molto evidente con la crisi climatica e il totalitarismo (evviva), credo che quei capitoli mi fossero venuti tanto taglienti perché nella realtà della mia vita materiale il mondo era finito proprio nel 2015: nel giro di pochi mesi mi ero trovata a chiamare l’ambulanza per un’amica di amici in overdose accidentale, avere la percezione che il mio futuro lavorativo non sarebbe stato tanto liscio quanto mi veniva raccontato e che mi stavo infilando in un vicolo cieco, e soprattutto avere mia madre che si era ammalata di colpo in maniera gravissima da un giorno all’altro (nessun medico sapeva stimare se mia madre sarebbe tornata a muoversi e a parlare: non quando, ma se).
Dopo di che la mia vita personale è andata ancora peggio. A quel punto ho avuto un esaurimento fisico assoluto da cui mi sono ripresa a pieno titolo solo lasciandomi credere morta mentre andavo a farmi trionfalmente i fatti miei a volto coperto e sotto pseudonimo per un paio d’anni. Mi rendo conto di essere un caso a parte.
I protagonisti de La festa nera sono documentaristi, sono raccontastorie, sono testimoni di una società frammentata che si rifugia in dogmi (che si tratti dell'impurità della donna, o di quella della realtà dopo il 2015, o della missione di educare le nuove generazioni a leggere, scrivere, far di conto e impugnare un'arma da fuoco), quasi che le comunità dell'appennino visitate da Ali, Misha e Nicola siano le community online cospirazioniste che prendono sempre più piede sui social. Come tutte le buone storie di speculative fiction, insomma, anche qua hai usato un what-if? per mettere in scena le inquietudini del presente. Se dovessi aggiornare quell'inquietudine adesso, nel 2025, quale altra comunità incontrerebbero i tuoi protagonisti nel loro viaggio?
Difficile pensare ad altre comunità, qui e ora, lo sai? Ma facciamo uno sforzo. Sono molto soddisfatta di quello che ho messo su carta ne La festa nera perché mi pareva (anno 2017/2018) che tutte quelle derive possibili fossero in realtà già sotto gli occhi di tutti. (Pandemie incluse: nel romanzo un personaggio accenna en passant a una pandemia che ha bloccato o rallentato lo sviluppo di molte persone.) Però ho scoperto di essere in ottima compagnia: la maggioranza degli autori di genere che lavora seriamente sullo scenario del futuro finisce per intercettarne un pezzo.
Tante persone credono ancora che la fine del mondo sia un fatto di grattacieli che crollano, cielo rosso sparato e bambini che piangono, e continuano a crederci anche se stanno già vivendo in mezzo alle macerie, e le persone si chiedono come reagirebbero, loro, se perdessero tutto da un giorno all’altro – ma nessuno pensa mai che possa succedere a lui.
Forse l’unica bolla esplosa con risultati tragici che non avrei saputo prevedere era QAnon, perché all’epoca non avevo preso abbastanza contatto con il mondo neanche tanto sommerso dei super freak cristiani di ultra-destra, ma quando quella mania collettiva ha preso piede, ad esempio, chi conosceva bene il mondo Evangelical non era sorpreso, affatto (la paranoia alla noi contro tutti gli altri e l’ossessione per la purezza combinate alla fervida attesa della fine del mondo possono sì chiaramente portare a una forma di follia delirante per cui davvero un tizio si convince del complotto globale satanico contro i bambini). Se dovessi fare un lavoro simile adesso, credo che partirei dalla vanità e dal senso di impunibilità come unica vera forma di fede. Non scriverei nulla del genere influencer si mette nei pasticci – lo fanno già in troppi – ma forse lavorerei di nuovo sulla dinamica della setta improntata al culto della personalità. Se vuoi, con l’aggravante che molte persone qui e ora mi sembrano aver adottato una passività estrema per proteggersi, con un piglio alla “povero me dammi respiro non so nulla non sono nessuno e tanto fa tutto schifo”, e con il personaggio passivo un libro o un film non va da nessuna parte. (Già mi annoio a digitare questa frase, immagina trascinarsi dietro un bagaglio umano di questo calibro per novanta minuti.)
"L'unica storia che conta la devi ancora raccontare" dice Ali nel suo monologo di apertura: adesso che sei tornata, adesso che a scrivere non troviamo più solo Violetta Bellocchio ma anche Barbara Genova, quali storie possiamo sperare che tu ci racconti in futuro?
ALLORA. Mi sento quasi commossa che qualcuno sia citando un pezzo de La festa nera in questo momento perché non avevo idea che il romanzo avesse lasciato dietro degli orfani. È anche molto piacevole conoscervi. Il nome Barbara Genova temo di non poterlo più utilizzare per ovvie ragioni, ma la scrittura sotto altro nome mi ha insegnato quanto diversa può essere la percezione che un lettore ha dello stesso identico materiale se lui o lei non sa chi l’ha prodotto veramente. E questa, lasciamelo dire, è stata una liberazione. Il dato di fatto che pochissimi riescono a capire di me è che per stare bene fisicamente io devo sempre avere per le mani un po’ di materiale fresco. Il prossimo articolo, il prossimo progetto di libro. Quindi sto scrivendo la prossima nonfiction, che uscirà presto o tardi con il mio nome di nascita, racconta un periodo (per fortuna breve) di cui nessuno ha mai saputo nulla o quasi, e che tra l’altro mette a fuoco un pezzo del mio passato reale che oggi mi fa una grande paura retrospettiva (parole chiave: centro benessere, soldi facili, studio privato specializzato in antica medicina tradizionale, con tutto il livello di spiritualità fasulla, auto-narrazione e profondo disprezzo per i clienti/pazienti che puoi immaginarti – il vero horror sarebbe stato rimanere impigliata lì dentro). Questo è un territorio in cui mi sento padrona di muovermi in forma nonfiction e che in certa misura rivendico. Se la storia è vera, riesco a scriverla come si deve solo stabilendo da subito che sto lavorando a partire dalla realtà degli ambienti che ho attraversato in prima persona.
Non siamo niente senza la storia, mija. Le storie hanno sempre un testimone. […] Torna a casa e fallo vedere a tutti. Lo devono vedere tutti. Vai.
Naturalmente appena dopo aver chiuso le bozze di Electra (nonfiction) ho pensato “qualcuno mi faccia subito scrivere un paio di thriller / noir / speculative, finalmente sono pronta a tornare in azione”. Il materiale c’è, io sono pronta a lavorare anche su quel genere di storia, ma alla luce di tutto quello che ho imparato devo poter capire l’assetto produttivo e distributivo di una casa editrice (o una casa di produzione) prima di consegnare un paio di libri a qualcuno. Per me la felicità piena nei prossimi anni sarebbe poter lavorare a passo spedito sulla nonfiction con il mio nome e poter avere un flusso costante di produzione thriller/horror sotto un altro nome.
Potete trovare Violetta Bellocchio su Instagram, Electra è pubblicato da il Saggiatore mentre purtroppo per il momento La festa nera (da cui sono tratte le citazioni che trovate nella newsletter) è fuori catalogo (ma speriamo non lo sarà per sempre).
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Sabato 1 febbraio Andrea presenterà Ornella Soncini e Lucrezia Pei, ospiti della Libreria Il giardino delle parole di Pistoia con la loro novella Nella verde gola delle lupe (Moscabianca Edizioni).






